Gli anni trascorsi a Ravenna sono volati, da quell’ottobre 2020 in cui Pietro Baldassin ha iniziato a frequentare il corso di laurea in Medicina e chirurgia, insieme al primo gruppo di iscritti, fino a oggi, anzi fino a poche settimane fa, quando ha conseguito la laurea.

L’adrenalina ancora in corpo e la felicità di aver raggiunto questo traguardo sono mescolati alla nostalgia e alla consapevolezza che è finito un ciclo e, insieme all’università, anche un tempo, che non tornerà più.
La piadina dello Stadio, la miriade di compleanni festeggiati nella piazzetta degli Ariani, i Giovedì di CittAttiva. I ricordi scorrono e non si dimenticano.
“In questa città sono arrivato in pieno post covid – racconta –. Non fu facile, ma le restrizioni, anziché essere un limite, ci legarono ancora di più, creando, con quei pochissimi che avevano scelto di essere in presenza, un gruppo saldo, che dopo tutti questi anni è ancora lo stesso di allora”.
Essere stati i primi studenti del corso di laurea dopo la sua istituzione a Ravenna, ha avuto più ‘pro’ che ‘contro’. “C’era tutto da creare e questo è stato per noi una bellissima sfida. Non abbiamo trovato tutto pronto, ma di meglio: una enorme volontà di ascoltarci e disponibilità a colmare le mancanze. Con i docenti, la governance di Campus e di Ateneo, la stessa coordinatrice del corso di laurea Mirella Falconi, abbiamo sempre potuto confrontarci, abbiamo sempre lavorato insieme per superare i problemi come nel caso dei tirocini, che poi sono diventati effettivi in tutti i reparti dell’ospedale e anche a Cesena, o come nel caso dell’Erasmus, che poi è stato attivato e che io stesso ho fatto a Lisbona.
Certo Ravenna non era Milano, una grande città con tutti gli stimoli che può dare, ma aveva un’atmosfera così raccolta che Pietro ha molto apprezzato: “Dove la trovi la possibilità di uscire di casa ed essere in pochi minuti dovunque?
Per noi studenti questa dimensione è stata anche uno sprone a essere noi stessi artefici di ciò che ci mancava e desideravamo. Così a esempio è nata l’associazione Prometeo a Ravenna, che ci ha dato la possibilità di dialogare con la città ed essere protagonisti del nostro tempo: attraverso gli eventi e i momenti di discussione che abbiamo organizzato abbiamo potuto confrontarci e approfondire i temi che ci stavano più a cuore come la salute globale, territoriale, migrante, LGBT”.
Qui a Ravenna Pietro ha iniziato a coltivare “il sogno di una sanità accessibile, transfemminista, antifascista, per tutte e per tutti”. Degli anni universitari non ha rimpianti: “Ho sfruttato tutte le opportunità e mi sono messo in gioco sempre. Se mi chiedete di cosa vado orgoglioso vi rispondo: di ciò che sono diventato, grazie all’università, e non solo. Di ciò che sono riuscito a fare, come rappresentante degli studenti, esprimendo e portando avanti le idee di tutti”.
Il futuro al momento non è certo. “Non amo programmare troppo: ho imparato che le cose cambiano in fretta e quando meno te lo aspetti, e ho capito che definire troppo le cose non mi fa stare bene. Mi sono iscritto al test per la specialità, ma poi non sono sicuro di voler partire subito con questa nuova avventura. L’unica cosa a cui punto ora, e sempre, è essere sereno, accerchiato dalle mie persone e dal loro amore”.
A Ravenna si chiude una porta, ma per Pietro e gli altri ragazzi che sono diventati neo dottori in questa città, si apre un portone, e inizia una strada che, ovunque andrà e in qualunque modo sarà percorsa, sarà certamente carica di soddisfazioni e felicità.
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