A Sydney…inseguendo gli tsunami

di Michela Casadei

È partito da Ravenna, dove si è laureato, ed è arrivato a Sydney: prima gli studi universitari, poi la carriera lavorativa. Una strada in salita seguendo l’amore di sempre: gli tsunami e i rischi naturali. Ecco la storia di Filippo Dall’Osso, 37 anni, di Imola.

Filippo, tu ti sei laureato a Ravenna, quale è stato il tuo percorso formativo?

Dopo il liceo scientifico m’iscrissi a Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, a Bologna. Non mi piaceva, ma completai il biennio propedeutico (era il vecchio ordinamento, avevo solo esami di analisi, geometria, fisica, chimica, ecc). Al triennio, che avrebbe dovuto iniziare a specializzarmi nel ramo ambientale, mi resi conto che la maggior parte degli esami erano presi da altri corsi di laurea (ingegneria civile o edile) e non avevano quasi nulla di ‘ambientale’.

Filippo Dall'Osso

Filippo Dall’Osso

 

Fu così che decisi di trasferirmi a Scienze Ambientali a Ravenna. Il collegamento in treno da Imola era un po’ lento quindi affittai una stanza in città. È più o meno da lì che i miei migliori anni universitari sono iniziati.

 

 

 

Completai il triennio e la laurea specialistica a indirizzo di gestione costiera. Poi lavorai per qualche anno e feci anche un dottorato in Scienze Ambientali.

Che ricordo hai dell’università e di quegli anni? 

Quando mi trasferii a Ravenna era il 2001 e c’erano molti studenti sia a Scienze Ambientali sia a Conservazione dei Beni Culturali, che allora erano le due principali facoltà con sede a Ravenna.

Ho un bellissimo ricordo di quegli anni. Vivevo in via Alberoni, a due passi dalla sede degli Ex Asili in via Tombesi dall’Ova, in un vecchio appartamento con cinque camere e un solo bagno. Molti dei miei più cari amici hanno vissuto in quella casa, chi prima, chi durante, chi dopo. Ci siamo divertiti. Al piano sotto si trovava il laboratorio di uno scultore australiano, Robert. Eravamo amici, al punto che ogni tanto me lo ritrovavo in cucina in cerca di qualcosa da bere in frigo. Dopo l’università ci siamo persi di vista, ma l’ho incontrato quasi per caso qui a Sydney diversi anni dopo. Adesso è uno scultore di successo e vive qui con la sua famiglia. Piccolo il mondo.

Per mantenermi facevo il dj. Avevo già lavorato parecchio a Imola, e un po’ alla volta iniziai anche nel ravennate, partendo dalle feste universitarie al Buddy’s (forse il locale più brutto in assoluto di Ravenna, ma era grande abbastanza e ci lasciavano fare quello che volevamo) che adesso non esiste più, o ai Giardini Teodorico d’estate. Era un bel modo di pagarsi le spese, anche se ho dovuto saltare più di qualche lezione alle nove di mattina. Mancarone, direbbero i miei amici ravennati.

Da cosa è nata la tua passione per lo studio dei rischi ambientali, fenomeni di erosione della costa, inondazioni e tsunami. Ci sono stati docenti o persone che più di altri hanno influenzato le tue scelte di studio e professionali?

Ho sempre avuto una forte passione per la natura, credo me la abbia trasmessa mia mamma, che studiò Scienze naturali negli anni ’70. Poi nel 2004, l’anno della mia laurea specialistica, ci fu lo tsunami nell’ Oceano Indiano e il mio prof. Giovanni Gabbianelli, mi propose una tesi di laurea sul rischio tsunami in Thailandia. L’idea mi piacque molto per varie ragioni. Un po’ per il fascino che hanno gli eventi estremi, un po’ perché mi sembrava un buon modo per dare un contributo, un po’ perché pochi anni prima ero stato in Thailandia per un mese e fu uno dei viaggi più belli della mia vita, un po’ perché il progetto era in collaborazione con un’azienda di ingegneria ambientale di Ravenna, e quindi poteva introdurmi nel mondo lavorativo. In effetti, dopo la laurea fui assunto da quella società, e diventai il riferimento per i progetti su rischi naturali, specialmente in area costiera. Mentre lavoravo feci il mio dottorato, e a un congresso a Vienna incontrai il prof. Dale Dominey-Howes di Sydney, che venne ad ascoltare la presentazione sulla mia tesi di laurea. A Dale piacque il mio lavoro e mi invitò a fare una parte del mio dottorato a Sydney. Io che non avevo mai fatto un’esperienza seria all’estero accettai immediatamente.

Filippo dall'Osso con al centro il prof. Dominey-Howes

Filippo dall’Osso con il prof. Dominey-Howes

Direi che Dale è senza dubbio la persona che mi ha ispirato e insegnato di più nella mia, chiamiamola carriera, il cui esempio mi ha spinto (e ancora adesso, che lavoro per lui, mi spinge) ad andare avanti in questo campo. È una personalità di spicco a livello mondiale (nel campo natural hazards) e pur essendo molto giovane ha fatto una carriera incredibile, senza sacrificare la sua vita privata e i suoi interessi (io odio i ‘workaholics’). E soprattutto senza sacrificare la sua etica professionale, cosa assai rara in campo ambientale, e ancora più rara in Italia.

Ovviamente anche la mia esperienza universitaria in Italia mi ha dato molto.

Scienze Ambientali a Ravenna in quegli anni aveva un livello di didattica altissimo, avevamo molti tra i migliori professori di Italia, nel loro campo. Ricordo con un misto di piacere e dolore le lezioni del prof Giovanni Gabbianelli, della prof.ssa Elena Fabbri, del prof. Marco Abbiati e della prof.ssa Nadia Pinardi.

In questo momento dove lavori e di cosa ti occupi?

Filippo Dall'Osso premiato in occasione del Resilient Australia Award

Filippo Dall’Osso premiato in occasione del Resilient Australia Award

Mi occupo di rischi naturali, specialmente legati alle coste e al climate change. Studio la vulnerabilità degli ambienti urbani. L’anno scorso ho concluso un progetto sulla valutazione della vulnerabilità rispetto a tsunami, storm surge e di sea level rise di Sydney. Adesso lavoro a Sydney su un progetto in collaborazione con la Faculty of Health per la resilienza di persone disabili a rischi naturali, un bellissimo, e molto utile,  lavoro interdisciplinare. In Australia, come nel resto del mondo, circa una persona su cinque ha un qualche tipo di disabilità. I numeri mostrano che queste persone hanno una probabilità doppia (rispetto alla popolazione generale) di morire o di essere ferite durante un evento naturale estremo. Ciononostante, non ci sono strumenti, né leggi, né politiche per ridurre la loro vulnerabilità. A marzo andrò a Sendai per seguire la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul Disaster Risk Management, e il tema della disabilità sarà discusso più approfonditamente che in passato. La speranza è che vengano fornite specifiche linee guida nella nuova Hyogo Framework for Action, una agenda internazionale per la riduzione del rischio da eventi estremi, che verrà negoziata dagli Stati membri alla conferenza.

Fare il ricercatore cosa significa? Quali i principali ostacoli che hai incontrato?

Non saprei cosa significhi in generale. Per me significa fare un bellissimo lavoro, in cui più meno sono libero di gestire il mio tempo in ufficio e più o meno sono libero di scegliere la mia linea di ricerca. Il tutto con un ottimo stipendio (in Australia è circa quattro volte superiore allo stipendio in Italia), ma con un contratto a tempo determinatissimo. Di buono c’è anche che, nel mio campo almeno, ho la sensazione di fare qualcosa di utile. Non credo che potrei mai lavorare in un’azienda con l’unico scopo di incrementarne il profitto, se l’azienda non producesse un bene o un servizio che io ritenessi utili per la società. Vedo moltissime persone in questa situazione, e non capisco davvero come fanno a uscire dal letto alla mattina. Forse non lo capiscono nemmeno loro, e forse un giorno mi troverò nella stessa situazione. Per ora però sono felice così.

Cosa ti senti di dire o di consigliare a chi è uno studente universitario oggi e vorrebbe fare un percorso simile al tuo?

Il mio consiglio è di andare all’ estero. E di orientarsi su quello che piace, perché per riuscire a lungo termine occorre lavorare molto di più di quello che viene richiesto dallo specifico progetto a scadenza su cui si è impiegati.

Vivere e lavorare all’ estero. Ci racconti la tua esperienza?

La mia esperienza è stata bellissima e rifarei tutte le scelte che ho fatto. Ma credo dipenda molto dalle inclinazioni personali. Io ho sempre desiderato viaggiare e tendo ad annoiarmi un po’ più in fretta della media, almeno credo. La mia unica esperienza all’estero è quella che sto vivendo da tre anni in Australia. A parte il mondo del lavoro che come ho già detto più volte è molto più in salute di quello nel sud dell’Europa, anche la vita di tutti i giorni è molto diversa. In Australia si predilige la vita all’aria aperta, e lo si capisce in fretta quando si vede la natura che hanno a disposizione qui. La gente è molto più rilassata che da noi, e la cosa si percepisce in modo evidente anche facendo una passeggiata per strada, o facendo due chiacchiere con uno sconosciuto. Le persone sono molto cordiali e disponibili a darti una mano, o semplicemente a conoscerti. Non si insultano nel traffico, non cercano di fregarti alla prima occasione.
A volte sento la mancanza di casa, ma mi posso permettere di rientrare una volta l’anno. Anche se vivo dall’altra parte del mondo, non sento la lontananza. Vivere all’estero per me è stata un’esperienza rigenerante, che consiglierei a tutti quelli che sono un po’ stanchi della loro routine.

Filippo Dall’Osso durante un workshop in Indonesia

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